Cercando di riassumere questi 21 anni di presenza CRIC in Brasile, vorrei
ricordare una citazione di Dom Gréa. Preferisco citarla integralmente e in
francese.
“Dans les pays de mission, on ne fait pas le principal, même quand les
missions sont fleurissantes, si la vie hiérarchique ne s’organise pas avec
les indigènes. Il y a entre la mission et une église constituée la
différence d’une fleur parfois magnifique et mise dans un vase avec la fleur
moins brillante, peut-être, mais enracinée... Il faut faire un clergé
indigène régulier et hiérarchique, mais pas avec la méthode sulpicienne, car
avant de faire un Monsieur de St. Sulpice, il faut commencer par faire un
européen... Ne cherchez pas à faire des Européens. C’est vous qui, comme St.
Paul, devez vous faire Chinois, Japonais, “Omnia Omnibus”. Mangez comme eux
du riz à l’huile de ricin ou des boulettes de farine comme les Arabes.
Construisez des maisons comme le leurs. Est-ce que St. Paul, St. Denys ont
cherché à implanter la civilisation romaine chez leur peuples? St. Martin et
d’autres sont plutôt devenus moins barbares que séculiers européens. Non, ne
l’amenez pas en Europe votre nègre intelligent qui va y mourir poitrinaire.
Gardez-le trente ans dans la vie monastique ou canoniale, dans la pratique
des observances régulières et à l’abri de la vie commune. Et après cela,
ordonnez-le prêtre en le laissant religieux. Multipliez l’opération et vous
aurez un vrai clergé”. Dalla Lettera del 30.6.1903 di Dom Gréa all’amico
M. Delpech; citazione di P. BROUTIN, L’Idée de Dom Gréa, in NRT 4(1939)
478-479.
Era il 1980 quando, sotto la direzione del carissimo prof. Tommaso Federici,
di felice memoria, difendevo la tesi in Teologia Biblica all’Università
Urbaniana di Roma: La “Divine Economie” in Dom Adrien Gréa — L’Eglise et
sa divine constitution. E durante lo studio di preparazione trovai la
suddetta citazione. Mi colpì immediatamente, per la sua lungimiranza
apostolica e missionaria, diremmo qui in Brasile, per il senso dell’inculturazione
del Vangelo, che Dom Gréa aveva ben compreso, già in quel tempo[1].
Immagino che in questo senso e con le stesse parole, Dom Gréa si dirigeva ai
confratelli in missione in Canada e in Peru.
Quanto a me, divenne subito chiara l’idea della possibilità di unire vita
canonicale e vita missionaria. Chiedevo al superiore generale CRIC di quel
tempo, il caro p. Louis De Peretti, di raccontarmi sui suoi viaggi in Canada
e in Peru, di ricordarmi le storie dei nostri missionari. E ancora,
giovanissimo seminarista, quando i padri venivano al seminario di
Montichiari mi incantavo ad udire i loro racconti. Erano i padri Papillon,
Noël, Beracochea, Bortolotti, Dubé ed altri. A Roma era il padre Pietro
Ciaffei che ci raccontava della sua lunga esperienza missionaria in Perù.
Già in quegli anni dunque c’era in me questa “irrequietezza” missionaria.
Cominciò a concretizzarsi nel 1984 quando iniziammo la nostra presenza CRIC
in Brasile: io arrivai in aprile, p. Fiorenzo e Maria Ausilia Oddo in
novembre, p. Giuseppe Chiarini giunse nel 1987. Nel dicembre del 1997, fu
ordinato il primo cric brasiliano, p. Jandir Luiz Hess.
Inizialmente ci insediammo nella diocesi di Jataí, avendo in cura le
parrocchie di Itajá, Itarumã e Caçu. La diocesi di Jataí si trova nella
regione sudovest del Goiás. Qui siamo rimasti fino alla fine del 1986. In
seguito alla morte di Vilmar José de Castro, assassinato il 23 ottobre 1986
a Caçu, ci siamo trasferiti al sud, nella diocesi di Chapecó in Santa
Catarina. Vilmar aiutava nella parrocchia di Caçu e fu ucciso a mando dei
latifondisti. In Santa Catarina restammo per ben 13 anni, curando le
parrocchie di Palma Sola e di Anchieta, due municipi nella regione Ovest, ai
confini con l’Argentina. Nel 1996, p. Giuseppe Chiarini, insieme a Maria
Ausilia, la figlia adottiva Karine e tre seminaristi, si installa a
Brazabrantes, una piccola parrocchia a nord di Goiânia, capitale dello stato
del Goiás. E nel 1999 tutta la comunità si riunisce a Brazabrantes. Qui fu
costruito un seminario ed una casa per 5 fratelli orfani, dati in custodia a
noi dal giudice dei minori. P. Fiorenzo Bertoli guidò tutto questo lavoro.
La ragione del ritorno in Goiás è semplice: l’arcivescovo di allora, Dom
Antonio Ribeiro de Oliveira, fu il primo a rispondere positivamente alla
nostra richiesta di ottenere parrocchie piccole e vicino ad un centro urbano
che potesse offrire gli studi superiori ai nostri seminaristi.
L’archidiocesi di Goiânia soddisfaceva la nostra richiesta.
Così oggi svolgiamo il nostro ministero nelle parrocchie di Brazabrantes,
Goianira, Caturaí e Santo Antônio de Goiás. La sede centrale è nel municipio
di Goianira, ma praticamente a due passi da Brazabrantes.
Fin qui, molto succintamente il ricordo di qualche evento saliente di questi
anni.
Ora vorrei ritornare al testo di Dom Gréa. So che senz’altro diversi lettori
vorrebbero leggere “storie” missionarie di stile classico in cui i
missionari si imbattono con intemperie, bestie feroci e fatti curiosi. Bene,
niente di tutto questo, o meglio, la vita è curiosa e speciale ovunque la si
vuol vivere. La missione non è un dovere esclusivo dei missionari, ma di
ogni cristiano. La radicalità del Vangelo è per ogni cristiano, come ci
ricorda Enzo Bianchi.
In altre parole, direi che l’esperienza missionaria ha le sue tappe. Vorrei
tentare di descriverla con una analogia. All’inizio la novità di tutto
l’ambiente era il centro dell’attenzione e qui va l’analogia, cioè,
fotografavo ogni cosa. Poi col tempo, la fotografia lascia il posto alla
riflessione sulle cose e gli eventi che si vivono. Poi la riflessione cede
il posto alla contemplazione della vita che si vive, come se ogni istante
fosse l’ultimo.
Nei paesi di missione, Dom Gréa suggerisce di fare la “cosa principale”:
organizzare la vita gerarchica con i propri indigeni. La missione può essere
fiorente, ma se non si preoccupa di dare vita ad un clero locale, ad una
chiesa locale può correre il pericolo di diventare una imposizione
culturale, importata da fuori. Peggio, trattandosi di congregazioni, può
essere una nuova “tratta di schiavi” in vesti moderne, ma non meno
colpevoli. Andare in missione per “riempire” i conventi vuoti dell’Europa
non è senz’altro compiere il comandamento del Signore: “andate ed annunciate
a tutti i popoli la Buona Novella”.
Dom Gréa usa un’altra analogia, fantastica e delicatissima: “Tra la missione
e una chiesa costituita c’è la differenza di un fiore forse magnifico,
collocato in un vaso con un fiore meno appariscente, forse, ma radicato…”
Quanto è vera questa verità e come valorizza la “verità” locale della
missione: un fiore che abbia le sue radici ha più vita, più senso, più
dignità che un fiore sradicato e trapiantato fuori dal suo humus.
“Bisogna fare un clero indigeno regolare e gerarchico, ma non secondo il
metodo sulpiciano, perché prima di fare un Monsignore di St. Sulpice,
bisogna iniziare a fare un europeo… Non cercate di fare degli europei… Nel
1903 Dom Gréa ebbe il coraggio di scrivere questo, in piena epoca in cui
molte congregazioni religiose europee si lanciarono alla missione, senza
dubbio motivate da fini nobilissimi (annunciare il vangelo) ma, purtroppo,
ancorate alla zavorra ideologica e culturale di “esportazione” delle forme e
dei modelli della cristianità europea.
Basta vedere un po’ più da vicino la storia di tante congregazioni per
constare l’“insuccesso” del metodo del cristianesimo esportato. Lo stesso
vale per i proprio figli di Dom Gréa: quanti nostri padri francesi si
“immolarono” nelle missioni del Canada e del Peru, ma non si preoccuparono
di far nascere un clero locale. O meglio, senz’altro si preoccuparono, ma
forse, proponendo modelli culturali europei. Evidentemente, non dettero i
frutti sperati.
Ed è il rischio che corriamo tutt’oggi. Continuiamo la lettura di Dom Gréa.
Dovete essere voi, come S. Paolo, che vi dovete fare Cinesi, Giapponesi,
“Omnia Omnibus”. Mangiate come loro del riso all’olio di ricino o delle
palline di farina come gli Arabi. Costruite case come le loro. Forse che S.
Paolo e St. Denys hanno cercato di impiantare al civilizzazione romana
presso i loro popoli? S. Martino e altri sono divenuti meno barbari
piuttosto che secolari europei.
Ecco ciò che oggi teologi, missionari, Magistero della Chiesa chiamano “inculturazione”:
il missionario scopre nella cultura locale, sotto forme proprie, lo stesso
Vangelo. Quindi non si tratta di convincere l’africano a farsi la casetta
all’italiana e nemmeno di fare cantare all’indio dell’Amazzonia l’Adeste
Fideles il giorno di Natale. Non si discute la bellezza del canto
gregoriano, si obietta la pretesa di volerlo come unico canto liturgico in
ogni parte del mondo.
Qualcuno potrà dirmi che tutto questo è pacificamente superato, già che il
Concilio Vaticano II riportò la liturgia alle lingue autoctone. E’ vero, ma
solo in parte. Se passiamo al campo della morale, del governo, dentro la
Chiesa, come siamo lontani da una vera inculturazione. Proprio ieri sera, un
parroco giovane, mio vicino, venne a celebrare qui in parrocchia per la
festa del patrono S. Antonio. Confesso di essere stato cattivo nei miei
sentimenti, ma sentirlo scimmiottare un Vangelo cantato alla moda gregoriana
e così altre parti della messa mi chiedevo se la riforma liturgica consista
solo in questo… Celebrare non è indulgere alla teatralità, ma fare
“anamnesi” del Signore Gesù.
Direi che è imperativo celebrare insieme, non solo ripetere gesti, è
imperativo “far parlare” i simboli da se stessi e abbandonare la mania di
“spiegarli”. Simbolo spiegato, oppure simbolo che non dice più niente, non
serve a nessuno.
Ho ancora la chiara sensazione che anche qui in missione si stia
“impiantando la civilizzazione romana”. Perciò il nostro sforzo di entrare
nella mentalità di questa gente, di dire la vita con le loro parole e di
celebrarla con i loro riti e miti. La propria Parola di Dio, il suo stesso
Verbo, non hanno potuto fare a meno della mediazione umana e di un popolo
tra i tanti su questa terra.
“No, non portate in Europa il vostro negro intelligente, perché vi morirebbe
pancione. Tenetelo trenta anni nella vita monastica o canonicale, nella
pratica delle osservanze regolari e al riparo della vita comune. E dopo sì,
ordinatelo sacerdote, lasciandolo religioso. Moltiplicato l’operazione e
avrete un vero clero.”
Ecco perché preferiamo tenere i nostri seminaristi qui in Brasile.
Senz’altro non hanno le famose università romane in cui studiare. Non hanno
le risorse di cui dispongono i loro fratelli in Europa. Addirittura, i
nostri, lavorano la terra, mungono le mucche. Certamente non è questa
particolarità che li renda più o meno degni, preparati o no, più bravi o
meno bravi. Se vogliono essere un giorno sacerdoti “con” questa gente, non
possono dimenticare la vita della gente, una vita molto più vulnerabile da
una parte e, dall’altra, molto ricca di fede.
Nelle situazioni attuali è ancora visibile la ricerca del seminario come
“status” di vita più che sequela di una vocazione. Questo fa emergere che,
dopo tutto, il seminario è ancora un luogo di fate, dove la vita è
garantita, lo studio è gratuito, ecc… Perciò cerchiamo di far capire ai
nostri seminaristi di tenere i piedi per terra e non dimenticare le loro
radici. Così come noi missionari europei, faremmo un grande sbaglio a
dimenticare le nostre radici: sarebbe l’altra faccia della medaglia
dell’esportazione di un modello culturale di Vangelo.
La missione vuole che comprendiamo il ritmo di questa gente, che possiamo
camminare con lei, insieme. Ogni popolo e cultura ha pregi e difetti. Quindi
non si vuol demonizzare né ostentare santità impossibili, ancor meno perdere
tempo in diatribe sterili, proprie di chi ritiene “unico e assoluto” il
“suo” modo di vivere o di interpretare il Vangelo.
Ciò che mi dà gioia è constatare che il pensiero di Dom Gréa a rispetto
della missione lo ritroviamo nella bellissima Evangelii Nuntiandi di Paolo
VI. Pensiamo ai Bartolomeo de las Casas, ai Montesinos, ai José de Anchieta,
veri apostoli latinoamericani, gira e rigira non ci vuole molto per capire
la missionarietà della Chiesa: basta avere l’umiltà di aprire gli occhi. E
ci sono ancor oggi i Tomás Ortis alleati ai Pizzarro che usano l’ideologia
religiosa per imporre, ipocritamente, il dominio sui più poveri.
Alla nostra comunità CRIC qui in Brasile resta ancora molto cammino da fare.
Non sono mancati i peccati di non testimonianza di amore fraterno, come del
resto ci ha unito e ci unisce tutt’ora il desiderio di vivere l’ideale
canonicale propostoci da Dom Gréa. E’ evidente che il nostro ritmo di qui
sia differente, lo stesso modo di pregare, di vivere la pastoralità nelle
nostre comunità ecclesiali. Lo stesso Dom Gréa, non giustificava forme fine
a se stesse per alleggerire le norme di vita nelle comunità canadesi, ma
come buon padre, saggio, permetteva, perché capiva, il modo di vita e di
testimonianza dei suoi missionari, mitigando alcune regole. Lo stesso vale
per noi qui in Brasile. Non posso non ricordare l’appoggio profondo
dell’attuale Superiore generale CRIC, p. Andrea Italo Sorsoli e quello di
diversi confratelli.
La nostra famiglia religiosa, qui in Brasile è composta in questo modo: un
novizio, Silvionei, suo fratello Delorge, due teologi, Renato e Silvio, 4
sacerdoti di cui uno brasiliano (p. Fiorenzo, P. Tino, P. Giuseppe e P.
Jandir), due missionarie volontarie, M. Ausilia (italiana) e Janete
(brasiliana) e cinque giovani che vivono con noi: Karine, figlia adottiva di
M. Ausilia, Cleci e Cleonice, sorelle dei due giovanotti Adenir e Roberto.
C’è chi ha interpretato la nostra presenza CRIC qui in Brasile come una
disobbedienza, come una velleità personale del sottoscritto e di quelli che
l’hanno seguito. Ciò che gli altri pensano ci interessa, ma non può
condizionare il nostro sogno: fondare una comunità CRIC in Brasile. Perché è
di questo che si tratta. Non siamo venuti in mezzo ai poveri per
rifocillarci di vocazioni, solo per far fronte alla carenza vocazionale
europea. Ci interessa far nascere dei CRIC brasiliani, come altri Canonici
Regolari hanno già fatto, per esempio, i Lateranensi.
Siamo qui in missione, anche per lasciarci evangelizzare dai poveri, la cui
vita denuncia la disumanità di una ideologia economica imposta dai paesi
ricchi. E’ terribile notare come vengono sacrificate tantissime vite umane
per causa del dio denaro. Evidentemente la chiesa dei poveri ha il suo
impatto su di noi, tradotto poi in termini di ricerca del necessario e
abbandono del superfluo, di maggior semplicità e autenticità. Il che non
vuol dire fare i pezzenti o non curarsi anche dei luoghi di culto. In tutto
ci deve essere dignità, segni efficaci, direi soprattutto, mistagogia.
Come figli di Dom Gréa amiamo la liturgia, anche qui intesa non come una
anacronistica ostentazione di riti del passato, bensì come espressione di
una delle caratteristiche fondamentali della persona umana: la celebrazione,
la capacità di cantare la vita, richiamando sempre il mistero pasquale come
centro della nostra esistenza. Non importa se si celebra in una basilica o
sotto un albero: questi sono mezzi. Il fine è celebrare la gloria di Dio.
Sant’Ignazio di Antiochia ci ricorda che questa gloria di Dio è la persona
vivente, cioè ogni essere umano. A volte sono celebrazioni con grandi
moltitudini, a volte con gruppi piccolissimi. E’ necessario portare
l’Annuncio a tutti, celebrando, vivendo con le persone, condividendo i loro
momenti, sia tristi che gioiosi. La frazione del pane non può ridursi a mera
azione simbolica; deve essere condivisione reale e concreta, altrimenti sì
corriamo il grave pericolo di ripetere solo dei miti che oggi non avrebbero
più niente da dire all’uomo contemporaneo.
Desideriamo che la nostra comunità CRIC in Brasile non perda il suo aspetto
locale, come lo pensava Dom Gréa: una casa maggiore, centrale, la casa di
tutti, e all’intorno i piccoli priorati, piccole comunità dedicate al
ministero e traducendo in pratica la vita fraterna nelle sue forme più
differenti.
Dom Gréa parlava di digiuni e astinenze, ma mai come fine a se stesse. Se
oggi lui vivesse qui in mezzo a noi non avrebbe difficoltà a riconoscere ed
accettare che tutte queste pratiche sono forme della condivisione: digiunare
per condividere l’alimento con chi non ne ha; praticare l’elemosina non come
atto liberatorio del nostro superfluo, ma come segno concreto di fraternità.
E poi la preghiera, tanto personale come comunitaria, è espressione di
comunione di intenti, di reciproco affetto tra noi, di sintonia col mistero
pasquale di Gesù che si prolunga nelle comunità cristiane.
Infine una domanda: noi CRIC brasiliani, viviamo tutto questo? No, ma ci
proviamo, ogni giorno, coscienti che la bontà del Signore non si misura in
base ai nostri meriti; piuttosto Lui la riversa su di noi per la sua
infinita misericordia.
A nome della mia comunità brasiliana, confratelli e laici, uomini e donne,
mando il nostro caro saluto a quanti ci hanno amato e ci amano in tutti
questi 19 anni.
p. Tino Treccani
– cric
S. Antonio de
Goiás, 8 giugno 2003, solennità della Pentecoste.