Dom Adriano Gréa

e i Canonici Regolari nella Chiesa Particolare

 

da Rev. Tarquinio Battisti, C.R.I.C.
 

Edizioni Arzaghetto, Pennati, Montichiari 2001
 

 

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L’esposizione storica, necessariamente rapida ed incompleta e la breve bibliografia non sono finalizzate a se stesse, ma servono da sfondo alle specifiche e personali riflessioni, che mi permetto di sottoporre all’attenzione di quanti benevolmente le vorranno prendere in considerazione.

L’idea diffusasi nel Medioevo secondo la quale i canonici regolari siano da collegarsi direttamente a S. Agostino o che ne siano i legittimi eredi spirituali, è opportuno, con ogni probabilità, che venga lasciata cadere. Non sembra, infatti, che il vescovo di Ippona abbia mai pensato di dotare la chiesa di una istituzione universale e stabile. Anche se questo non vieta che si possa stabilire un confronto tra la stessa fondazione di Ippona e quella che, in seguito, sarà l’istituzione dei canonici regolari, date le diverse analogie che vi si possono scorgere. Senza, però, tentare di spingersi troppo oltre il consentito. Ogni momento storico e ogni individuo sono caratterizzati da categorie storicamente non asportabili in altri momenti.

È altresì certo che il Gréa, negli anni dei suoi studi parigini, rimase colpito da una constatazione  molto semplice: durante i secoli dell’era cristiana, almeno fino al X secolo, la vita religiosa, intesa in senso lato e implicante principalmente comunità di vita e di beni, non era una esclusiva dei monaci, ma veniva praticata in maniera abbastanza regolare e diffusa anche dal clero ordinario delle chiese particolari. Modo di vivere che trovava supportato in decreti di numerosi concili. Il Gréa aveva, inoltre, davanti a sé esempi molto eloquenti di antiche comunità di chierici, istituite da S. Agostino a Ippona, da S. Eusebio a Vercelli, da S. Martino a Tours, come anche le disposizioni emanate da S. Grodegango per il suo clero di Metz. Il Gréa affascinato, quindi, da questa scoperta accarezzò il sogno di poter essere sacerdote a quella maniera antica e maturò il proposito di restaurarla nel clero diocesano. Ma invece di creare canonici regolari per il suo tempo si lasciò prendere dalla eccessiva stima per il Medioevo e per alcune sue istituzioni, dando così inizio ad un gruppo di canonici regolari, che nelle sue intenzioni, dovevano essere la copia perfetta di certe comunità medioevali: “Per restaurare la vita canonica — diceva — non ho altro da fare che ritornare alle antiche osservanze”[1].

Nonostante quanto sopra riportato, nulla, credo, impedisce di cogliere nell’intuizione del Gréa un qualcosa di profondamente innovativo. Questi, infatti, accanto al clero diocesano che scelga di rimanere “secolare”, ritiene possibile, anzi, auspicabile l’esistenza di un clero diocesano regolare con le seguenti specifiche caratteristiche:

 La costituzione gerarchica di un collegio o presbiterio di chierici titolari di una chiesa sotto l’autorità dell’ordinario del luogo che nel loro collegio conducono, in conformità all’ideale apostolico, una vita comune e religiosa e che nel loro ministero si dedicano al servizio di Dio, delle anime e alla formazione dei chierici[2].

Il Gréa consacrò tutta la sua vita nel tentativo di realizzare questa figura di sacerdote diocesano, rifacendosi e ispirandosi agli antichi istituti dei canonici regolari, in particolar modo a quella di S. Rufo di Avignone e di S. Vittore di Parigi.

In una conferenza ai suoi chierici del 27 novembre 1896 si trova la finalità specifica di questo suo proposito: “Lo scopo dei canonici regolari e la ragione della loro esistenza è di conservare la vita religiosa nel clero diocesano. È, perciò stesso, evidente che la nostra vocazione esige l’incardinazione in una chiesa particolare”[3]; e ancora: “noi siamo i religiosi del vescovo[4] e l’ideale sarebbe che i vescovi stessi siano i superiori dei canonici regolari[5], perché l’ordine canonico sarà sulla giusta strada solo quando sarà diocesano ed episcopale”[6].

In conclusione: il Gréa, sebbene consideri lo stato religioso come attuazione e perfezionamento della vocazione battesimale, lo ritiene, anche, quale espressione privilegiata dell’intima natura della chiesa e questo, non in astratto, ma nelle sue implicazioni con l’episcopato e la chiesa particolare.

Non sembra che prima del Grèa altri abbiano tentato di spingersi così avanti con l’inserire la vita religiosa nel mistero della chiesa particolare. Infatti, egli considera la vita religiosa come un carisma suscitato dallo Spirito Santo all’interno di una comunità locale, riunita dalla Parola di Dio e dall’Eucarestia. La vita religiosa è per il Gréa un singolare modo con cui il battezzato risponde agli appelli della Parola. Avendo il nostro colto l’aspetto carismatico della vita religiosa e la sua intima relazione con la vocazione battesimale, necessariamente è portato a calare lo stato religioso là dove i carismi vengono esercitati e gli impegni battesimali vissuti: la chiesa particolare.

“L’unione della vita clericale con quella religiosa è, secondo il Gréa, una esigenza della chiesa contemporanea. Questi, con insistenza, parla di una incongruenza: molti sacerdoti vedono nella aspirazione alla vita religiosa una rinuncia al ministero pastorale ordinario, quello, cioè, di collaboratori del vescovo. I fatti lo stanno a dimostrare: il clero religioso è comunemente considerato il clero del papa, a disposizione del papa; e spesso il ministero in una chiesa particolare è, di fatto, esercitato da non religiosi. Don Gréa non conclude dal fatto al diritto, ma vorrebbe che nuovi orientamenti, al seguito di un’antica tradizione, possano far riscoprire l’importanza del clero del vescovo. Il Gréa è immerso nell’estasi di una visione di un futuro meraviglioso, i cui germi già si trovano nel presente: il clero diocesano, tutto o in parte, religioso, grazie alle comunità dei canonici regolari”[7].

Il nostro era perfettamente consapevole delle difficoltà che la restaurazione della vita comune e religiosa nel clero avrebbe comportato. “Restaurare — diceva — questa vita considerata impossibile e dimostrare che è possibile oggi come una volta…”. Difficoltà che derivano da disposizioni del diritto ecclesiastico, dai vescovi e, non ultimo, da una scarsa conoscenza della storia e della teologia della vita religiosa sia tra i sacerdoti che tra le autorità gerarchiche. Era, tuttavia, parimenti convinto che la vita comune e religiosa del clero sarebbe stata la formula del futuro: “la nostra formula — scriveva al cardinal Mercier[8] — deve e dovrà un giorno proporsi a modello”.

Parlare del Gréa significa, inoltre, parlare della liturgia, tanto questa è profondamente connessa al suo modo di vivere e di pensare. E’ sufficiente, per rendersene conto, ritornare alla bellezza degli uffici a Saint-Claude e a S. Antoine, ma, soprattutto, al suo delizioso libretto sulla Santa Liturgia.

La preghiera dei canonici regolari — diceva — è soprattutto quella liturgica: “Vi sono tre forme di preghiera. La prima è quella individuale che ciascuno fa nel proprio intimo…la seconda è quella di gruppo, quando cioè, i fedeli si riuniscono per pregare…la terza quella della chiesa, superiore alle altre due”[9].

Infatti, la preghiera liturgica è l’omaggio per eccellenza che l’uomo in terra può rendere a Dio: “Dio si canta nel segreto del proprio essere un inno eterno, che altro non è che l’espressione delle sue perfezioni nel Verbo e nel soffio del suo Amore. Quando, nella sua bontà e sapienza, ha creato l’universo, ha prodotto come un’eco a questo canto eterno. Il suo canto faceva, così, la sua apparizione nel tempo, riecheggiando nell’armonia delle sue opere e alla creatura razionale, fatta a sua immagine, affidava il compito di presiederlo…solo un momento interrotto dal peccato, [questo canto] è stato elevato nel Cristo e nella chiesa, a una dignità ed eccellenza incomparabilmente superiori a quella della prima condizione. Il Cristo è il Figlio di Dio: unitosi alla sua chiesa, la introduce nell’eterna società del Padre e del Figlio; dandole, così, non più di riprodurre, quasi eco lontana, quel cantico che è Dio, ma sostanzialmente associandovela, la compenetra e l’anima totalmente del suo Spirito”[10].

Nel Gréa, quindi, il culto e la preghiera liturgica sgorgano dall’intimo della chiesa particolare, quale espressione ed esigenza della sua vitalità e si concretizzano ogni qual volta un popolo prega in unione con il suo vescovo o con chi lo rappresenta, infatti, è la presenza del vescovo a costituirne “l’ufficialità”, mentre l’attiva partecipazione, di fatto e di diritto, del popolo dei fedeli conferisce agli stessi il loro carattere “pubblico”.

Un ultimo tema, magistralmente trattato nell’opera maggiore del Gréa, meriterebbe di essere presentato, ma dato il limite imposto dal presente lavoro, solo viene segnalato a quanti, eventualmente, ne fossero interessati: quello sulla collegialità.

Il collegio episcopale costituisce per il Gréa: “il senato e il presbiterio della chiesa universale”[11].

Alcune testimonianze, per finire, che ben sottolineano l’originalità del pensiero del Gréa: “vogliamo dunque — diceva il vescovo ausiliare di Cambrai, mons. Jenny[12] — parlare del mistero della chiesa e dei sacerdoti. Un autore di grande fama, fondatore dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione, don Adriano Gréa, ha trattato questo argomento, e, in un senso egli è stato il profeta del nostro concilio nel suo libro intitolato De l’Église et de sa divine constitution”.

A questo intervento fa eco quanto detto da un grande e stimato studioso quale il de Lubac S.J., che in un articolo pubblicato su “La croix” del 22 ottobre 1965, scriveva che siamo ancor ben lontani dall’aver sfruttato tutta la ricchezza racchiusa in questa magistrale opera del Gréa sulla chiesa.

E ancora: “La grande originalità del Gréa, nella sua sintesi dogmatica, consiste nell’aver nuovamente portato alla luce le origini mistiche e sociali della gerarchia. Spiega, infatti, nella sua riflessione sulla vita soprannaturale, che per tornare nel seno del Padre, noi siamo generati in quello della Madre; che detto con il linguaggio di un teologo contemporaneo, il p. Congar, così suona: la Trinità e la Chiesa, è Dio che viene da Dio per tornare a Dio, portando con sé, in sé l’umana creatura”[13].

 Lo stesso p. Congar definisce il Gréa: “teologo della chiesa particolare”[14].


 

[1] Conferenza del 23 giugno 1887.

[2] cf. P. Broutin et A. Rayez, Gréa, fondatore dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione, 1828-1917, fotocopia dizionario…presso archivio Cric, Titolo III, 10/30. Come anche P. Benoît, note manoscritte 25 giugno 1908, archivio CRIC, Titolo III 10/1 p. 1ss. Fu questa più o meno la forma di vita che, a partire dalla seconda metà dell’XI secolo cominciò ad essere vissuta dalle comunità dei canonici regolari. Tale vita raggiunse il massimo della sua diffusione e del suo splendore nel XII secolo.

[3] Conferenza inedita del 27 novembre 1896.

[4] Lettera al priore di Mannens (Svizzera) 14 agosto 1900, archivio CRIC, Roma.

[5] Lettera al vescovo di Arras, 4 luglio 1910, in “la voix du père”, 17 bis (1947) 5.

[6] Lettera a dom Raux, 16 ottobre 1915, in “la voix du père” 17 bis (1947) 8.

[7] L. de Peretti, (superiore generale della comunità dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione dal 1957 al 1976) riflessioni sul pensiero di dom Gréa, in “le Courier de Mondaye” n. 63, 11-14, archivio CRIC Titolo III 10/16.

[8] Lettera del 23 ottobre 1913.

[9] Conferenze, Titolo III, l’origine dei canonici regolari. Le osservanze, la preghiera.

[10] Gréa, La Sainte Liturgie, p. XIV, 1-2.

[11] O.c. pp. 74, 360.

[12] 15 ottobre 1964, nel corso della 102a congregazione generale del Concilio Vaticano II. Il testo integrale di questo intervento è stato pubblicato nella “semaine Religieuse” della diocesi di Coutences (Francia) del 22 ottobre 1964.

[13] P. Broutin, S.J., l’idée de dom Gréa, in Nouvelle Revue Théologique, avril, 1939, p. 477.

[14] Y. Congar, l’episcopato e la chiesa particolare, Roma, 1965, p. 311.

 

 

 

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Dernière mise à jour: 09-06-2008

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